La ricerca del lavoro –e anche il lavoro stesso- è l’incontro e il rapporto tra un soggetto, con le sue aspirazioni ed esigenze ed un oggetto, sempre più cangiante e che pone nuove condizioni. Il segreto è concentrarsi e impegnarsi rispetto al come si vive il presente dello studio, della ricerca del lavoro, di uno stage, di un apprendistato, del proprio essere nella società. Dal “come” emergerà il “che cosa”.
Ospitiamo uno stimolante contributo di Valerio Melandri, docente dell’Ateneo di Bologna.
La ricerca del lavoro
“Lavoratori di tutti il mondo all’erta. Il futuro avrà sempre meno posti di lavoro per la classe media. I posti di lavoro fissi per tutta la vita diventeranno sempre meno frequenti. La formazione continua diventerà una costante. Chi vincerà e chi perderà?”.
Con questa citazione tratta direttamente da una copertina del 1996 di Newsweek, (il settimanale più venduto negli Stati Uniti), incominciavo il libro “Capire il lavoro, Inventare il lavoro, Prosperare con il lavoro”, frutto del lavoro del Careers Service e delle ricerca che feci grazie anche a una borsa di studio della Fondazione Ceur nel 1996.
Come attuali sono ancora quelle parole!
In Giappone - avvertiva Newsweek – i disoccupati stanno per raggiungere il 3% della forza lavoro, negli Stati Uniti sono ormai 9 milioni (pari all’8,9%) e nella Comunità Europea sono 20 milioni (pari all’11%). Negli Stati Uniti, 6 disoccupati su cento non riescono a trovare un nuovo impiego da più di un anno: la percentuale sale a 17 in Giappone e addirittura a 45 in Europa. Nell’ultimo ventennio, gli Stati Uniti sono riusciti a creare 30 milioni di posti di lavoro, mentre il Giappone é riuscito a crearne solo 11 milioni e la Comunità Europea é riuscita a crearne appena 10 milioni.
Anche in passato ci sono state epoche e regioni in cui il lavoro costituiva un miraggio; ma oggi, al di qua e al di là dell’Atlantico, la ricerca di un lavoro costituisce un’avventura molto difficile, destinata all’insuccesso in un numero sempre maggiore di casi. Occorre, mettersi l’anima in pace: negli uffici come nelle officine la maggior parte dei posti perduti nell’ultimo decennio e che si stanno perdendo oggi giorno, non torneranno mai più, perché il lavoro svolto dagli attuali disoccupati é ormai inutile.
Alcuni di essi producevano cose che servono sempre meno (ad esempio l’acciaio); altri producevano cose che ora sono fatte egregiamente dalle macchine (ad esempio, il montaggio o la verniciatura di automobili, la consegna di denaro contante, le analisi cliniche, la distribuzione di biglietti ferroviari); altri ancora facevano cose che ora ciascuno fa per proprio conto (ad esempio, i test di gravidanza o il rifornimento di benzina).
D’altronde, segnali di questa tendenza ad escludere dal processo di lavoro l’essere umano sono di antica data. Da Taylor, padre dell’organizzazione scientifica del lavoro, che verso la fine dell’ottocento, impiegando macchine e metodi che oggi considereremmo primitivi, riuscì ad ottenere da 35 persone che lavoravano 8 ore al giorno la stessa mole di lavoro prima effettuata da 120 persone che lavoravano 10 ore al giorno[1], fino all’odierno lavoratore della Fiat, che nello stesso tempo in cui nel 1979 costruiva 9 vetture oggi ne costruisce 149, il progresso tecnologico sembra essere un lungo cammino verso la disoccupazione.
Studi previsionali sull’andamento, nel prossimo futuro, della disoccupazione tecnologica non sono più una novità. Nel 1979 lo Stanford Research Institute annunziò che, entro la fine del secolo, l’80% dei compiti manuali sarebbero stati automatizzati, eliminando così 20-25 milioni di posti di lavoro. Nel 1981, uno studio dell’Università Paris‑Dauphine prevedeva che l’uso di robot, macchine, controllo numerico avrebbe comportato la riduzione del 20‑25% della manodopera. Tutte previsioni sbagliate: per difetto!
Tutto questo sta succedendo in un sistema produttivo in cui anche coloro che sono “interni” ad esso faticano a trovare “qualcosa di utile da fare” durante le otto ore di permanenza dentro l’azienda. Si parla, a questo proposito, dei “senza lavoro” occupati.
Da una ricerca svolta in Italia tra gli impiegati pubblici, risulta che, in media in molti settori, ciascuno di essi effettivamente lavora non più di un’ora e mezza al giorno. Le nostre aziende private non consentirebbero mai una ricerca analoga perché, impegnate a camuffare le ore superflue come se fossero necessarie, non tollererebbero la certificazione di risultati analoghi a quelli dell’impiego pubblico.
Più coraggiosa, la giapponese Fuji Bank ha commissionato uno studio dal quale risulta che almeno il 4% dei propri dipendenti resta tutto il giorno in ufficio senza fare nulla. In Francia, secondo l’istituto Insee, l’orario lavorativo dei francesi, in una giornata media, corrisponde a 2 ore e 31 minuti.
Nonostante tutto questo, con suicida caparbietà, invece di por mano a profonde riorganizzazioni, le aziende hanno preferito ignorare questi dati e si sono gingillate con astrusi quanto inutili contratti collettivi, sempre sfociati in piccoli ritocchi privi di mordente.
Così, mentre i capi del personale e i sindacalisti danno il meglio di sé nell’escogitare astruse e astratte composizioni dell’orario di lavoro nella quasi totalità delle aziende vige tuttora una mistica quantitativa del lavoro per cui un dipendente é tanto più apprezzato quante più ore serali di straordinario non retribuito immola alla frenesia del proprio capo; il quale a sua volta, si costringe ogni pomeriggio ad inventarsi qualche nuova urgente incombenza pur di trattenere i propri dipendenti oltre l’orario contrattato.
Intanto, i neoassunti sono cinicamente iniziati a questa grande farsa attraverso la norma informale secondo cui la loro futura carriera dipende proprio dalla loro disponibilità ad allungare la permanenza quotidiana in azienda.
Si innesca così un circolo vizioso per cui, quante più ore un impiegato resta in azienda, tanto più diventa estraneo alla famiglia e agli amici esterni; e quanto più diventa estraneo alla famiglia e agli amici, tanto più si sente a suo agio solo tra le mura del proprio ufficio e tende a restarci più a lungo. Il gioco é ormai talmente raffinato (quasi sadico oserei dire) che, per facilitare tale processo, le aziende hanno preferito portare al loro interno le mense, i bar, le edicole dei giornali, le piscine, i campi da tennis, insomma hanno preferito fingere che ci fosse lavoro sufficiente ad occupare i propri dipendenti per otto e più ore al giorno, piuttosto che riorganizzarsi.
La situazione non é dunque rosea. Incalzati da una tecnologia onnivora, che ingoia con la stessa velocità sia le mansioni operaie che quelle impiegatizie e manageriali, le aziende, invece di riorganizzarsi, hanno spinto i governi ad effettuare tutta una serie di interventi sociali col solo scopo di posticipare il problema: é stato ritardato l’ingresso sul mercato del lavoro allungando la scolarizzazione; é stata anticipata l’uscita dal lavoro attraverso i prepensionamenti; sono state tentate forme più flessibili di orario; sono state detassate le assunzioni; sono stati escogitati incentivi, stages‑parcheggio, indennità di disoccupazione, vari tipi di formazione‑lavoro e di aiuti alla job creation, sono stati garantiti redditi minimi d’inserimento: tutto é risultato inadeguato a contenere la riduzione di personale resa necessaria dalla corsa internazionale alla massima efficienza.
Dunque, il sistema attuale di organizzazione del lavoro resta endemicamente incapace di utilizzare al meglio le risorse umane di cui dispone?
Probabilmente sì.
Allo stesso tempo, però, si va diffondendo la percezione che le macchine, per quanto sofisticate ed intelligenti, non potranno mai sostituire l’uomo nel lavoro creativo, e così l’avventura della ricerca di un lavoro verrà tanto più probabilmente coronata da successo, quanto più l’aspirante lavoratore sarà capace di offrire prestazioni di tipo intellettuale, scientifico, artistico, adatte ai bisogni sempre più mutevoli e personalizzati dei consumatori.
Il futuro appartiene a coloro che saranno capaci di usare le proprie heads (teste) piuttosto che le proprie hands (mani): a coloro che si occuperanno di analisi dei sistemi, di ricerca, di psicologia, di marketing, di pubbliche relazioni, di cura della salute, di viaggi, di giornalismo, e di formazione, piuttosto che di guerra, di frigoriferi, di petrolio o di scarpe.
Sia nei servizi che nell’industria, il passaggio dalla produzione standardizzata a quella personalizzata comporta maggiore domanda di skilled‑people (gente con competenze e abilità): le persone che vivono producendo idee sono sempre più numerose delle persone che vivono producendo cose: l’informazione e la conoscenza offrono a chi le possiede molte più chanches. In definitiva, La sfida del futuro sarà far crescere l’efficienza della conoscenza.
La ricetta per garantire un lavoro ai singoli, come per garantire competitività internazionale ad un paese, consiste nell’arricchirsi di skills, e poiché si tende a cambiare carriera almeno sei volte in una vita, non occorre più preparare i giovani ad una carriera specifica, ma alla vita attiva nella sua interezza. Come ripeto sempre ai miei studenti: “Se tu impari qualcosa oggi, e lo stai ancora facendo fra cinque anni, l’unica cosa di cui puoi essere sicuro é che lo stai facendo male”.
Il percorso che ci aspetta va, dunque, in questa direzione: la comprensione del lavoro e quindi la riscoperta del “valore” che può avere per ciascuno di noi, e dunque per l’intera società, lo sviluppo di una creatività, affinché il nostro lavoro possa dapprima sopravvivere all’urto della “disoccupazione”, e quindi prosperare con buona probabilità di successo.
Un cammino di questo genere presenta numerosi “rischi”. Il primo, come ebbe a dire con felice intuizione Ferdinando IV, é che “é più facile perdere un regno che un’abitudine”. Il cammino che si propone é, infatti, contrario alla nostra mentalità comune, così spesso tendente a cercare un utile risultato nel breve termine ai nostri sforzi. Molte volte oggi preferiamo perdere il “regno” della nostra piena realizzazione piuttosto che l’abitudine della ricerca della ricetta facile. É anche vero, però, che il rischio più grave é certamente quello di scorgere, al termine di questo percorso, esiti tutt’altro che terrificanti, felici persino: risultando così, per assurdo, ottimisti – e quindi scientificamente poco affidabili – agli occhi di tutti coloro che reputano serie soltanto le terapie dolorose.
Ma ci piace correre questo rischio perché, in realtà, quello di camminare dal lato assolato della strada é il rischio più invidiabile che si possa correre.